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...vorrei tanto creare un piccolo antro di spietata tenerezza...


Racconti


17 marzo 2006

Scocchezz dei casseur

Oggi stavo finalmente leggendo un giornale che vale più di quanto non costi: sto parlando di "Metro" il giornale che si trova abbandonato su trespoli ai bordi della metropolitana.

Questo giornale riporta solamente notizie di agenzia (come praticamente tutti i giornali a pagamento) ma, almeno, non annoia con pagine e pagine di editoriali sul nulla e non sembra considerare una notizia il fatto che qualche cosa venga scritta su qualche altro giornale.

Mentre lo sfogliavo, nel tentativo di mantenere un precario equilibrio in una metropolitana insolitamente vuota, venivo colpito dall'insolita facilità nel trovare notizie su poche pagine accessibili ed nella non necessità di perder di tempo ad estrarre fatti inumati nello sproloquiodi illustri commentatori.

Tutto bello. Tutto gioa.
No... non proprio.
Ho letto il titolo di testa: "Parigi: i Casseur in piazza contro i licenziamenti facili"
  



"CIRCA 250 MILA MANIFESTANTI hanno sfilato ieri in Francia per protestare contro il Contratto di primo impiego (Cpe), la controversa normativa, fortemente voluta dal governo del premier Dominique de Villepin, che introduce la possibilità di licenziare senza giusta causa i neoassunti, con meno di 26 anni, durante i primi due anni di prova. Governo e Chirac appoggiano la legge. Solo a Parigi sono 30 mila i ragazzi che hanno risposto all'appello del Collettivo dei giovani anti-Cpe, che raggruppa una quindicina di sindacati studenteschi. I giovani hanno fronteggiato la polizia, che ha effettuato cariche di alleggerimento ma senza calcare troppo la mano: il ministro dell’Interno Sarkozy ha ordinato alle forze dell’ordine di fare un «uso misurato della forza e solo in caso di assoluta necessità"

Vorrei dare solo pochi semi nella speranza di un germoglio di discussione.

I Casseur sono come i nostri esagitati dei centri sociali. 
A Milano c'erano 250 manifestanti. E' facile trovare 250 idioti.
A Parigi ce ne erano 250 mila: un quarto di milione come dicono gli americani.
E' difficile trovare 250 mila idioti: è impossibile farli camminare tutti nella stessa direzione.
Quindi... forse... quelli di Parigi non erano idioti... non erano cazz... hem.... casseurs.

Guardo la foto e noto, sullo sfondo, una folla di persone normali ed 8 imbecilli che fanno una cosa talmente stupida da essere incomprensible.
Ma che fanno? Spostano un passo carrabile?

Mentre dietro, sullo sfondo di una foto, una intera classe sociale che urlava le sue convinzioni.
Urlava che il futuro è importante ed il futuro sono i giovani.
Urlava che il futuro non va svenduto da dirigenti incapaci che tentano solamente di raggiungere la loro stessa pensione. 
Urlava che... in Italia un ingegnere di 35 anni con uno stipendio medio non guadagna a sufficienza per affittare un appartamento... e loro non vogliono essere così miserabili... bhe... forse no... però la sostanza era quella.

Mi piacciono i francesi... sono gente tosta... hanno già fatto una rivoluzione che ha cambiato la storia... bisogna stare con i francesi.

Sono gente che parlava di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza: argomenti molto... molto attuali.

Buona giornata

Guido

 
 




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14 marzo 2006

Annuciaziò



Ieri sera, subito dopo aver scritto il post sul cannocchiale, mi sono scaricato l'intervista di Lucia Annunziata a Silvio Berlusconi.

Trovo che la Lucia Annunziata sia probabilmente la migliore dei giornalisti faziosi di sinistra come Ferrara è il più bravo dei giornalisti faziosi di destra.
Purtroppo per lei, Berlusconi è stato più bravo.

Nel momento veniva scaricata l'intervista completa, il dubbio era su chi dei due avesse ragione. Alla fine mi sono reso conto che la domanda era futile perchè, quando si parla di comunicazione televisiva,  il vero obiettivo è quello riuscire a trasmettere un messaggio: uno qualsiasi.
 
In questi cinque anni è avvenuto uno scontro tra due poteri: da un lato Silvio Berlusconi, forte dell'acquisito potere esecutivo, ed una lobby giornalistica forte del potere di generare opinione.

Il primo non può pensare di essere rieletto senza comunicare con gli elettori (e quindi passare per i secondi), i secondi non hanno alcun potere se non vengono letti (e devono quindi passare del primo).  

Lucia Annunziata, che è una persona diligente e preparata, aveva preparato una strategia basata su una serie di domande aggressive e mirate a non permettere a Berlusconi di dirottare il flusso del discorso sugli argomenti in cui è più forte ovvero la litania del "noi abbiamo fatto".
I temi da lei scelti erano i soliti: il conflitto di interessi, la bassa crescita economica, la scarsa approvazione da parte dei media, la supposta censura e da parte degli avversari politici.

Come si è visto, questa era la debolezza dell'intervista infatti:
1) questi argomenti sono interessanti solo per i giornalisti stessi (che vogliono mantenere intatto il loro potere) e per gli elettori della sinistra (il cui voto non si sposta) e, di conseguenza, non interessavano per nulla ai "telespettatori" di Berlusconi che sono quegli "indecisi" che decideranno la vittoria dell'una o dell'altra parte;
2) Berlusconi aveva previsto come lei si sarebbe mossa (quegli attacchi, in fondo, sono stati portati fino alla nausea) e sapeva benissimo che, in televisione, non si comunica tanto con le parole quanto con le immagini.

Lui sapeva di essere in bocca al leone, è rimasto calmo ed ha demolito l'avversaria un pezzetto per volta.
L'ha fatta innervosire prima della trasmissione, ha fatto attenzione a dare risposte che lei non voleva, ha sbandierato ogni faziosità, ha fatto notare il basso interesse delle domande e, non  appena lei si è scoperta ed ha giocato appena appena più sporco (cioè ha cercato di non lasciarlo parlare), ha indossato la tonaca immacolata delle vittime innocenti e se ne è andato.

Il messaggio per le "masse" è stato mastodontico e devastante: il re è stato nudo. 

Una piccola considerazione: perchè l'Annunziata stava combattendo contro Berlusconi?
Lo scopo dei giornalisti non dovrebbe essere quello di informare?

Se la destra resterà al potere in Italia per altri 5 anni, e ciò è molto probabile, sarà in gran parte colpa della classe giornalistica.
Essi infatti non hanno fatto il loro dovere nel momento in cui prendeva forma l'Unione ed in cui, se loro avessero fatto vedere le contraddizioni presenti agli elettori, i leader dei partiti sarebbero stati obbligati a risolverle e creare un partito credibile ed in grado di governare il paese.
Non hanno urlato il fatto che le primarie sono state un rituale da operetta in cui gli elettori sono stati messi di fronte alla scelta tra Prodi e la sconfitta sicura garantita da un Bertinotti, un Pecoraro o un Mastella.
Logico che sono andati a votare e nessuno ha detto che il fatto che gli elettoi di sinistra non vogliono che vinca Berlusconi non è una vittoria di Prodi.

Ora vogliono compensare la loro inefficienza (ed il loro asservimento) con un'altra ingiustizia e cercano di tenere l'Unione più nascosta possibile e di attaccare Berlusconi.

Solo che questo  non è il loro ruolo e, questo atto, li schiaccia.

Ci servono disperatamente giornalisti veri, che propongano notizie, che investighino la realtà, che mettano a nudo i vizi di tutti, e che siano quell'organismo di controllo indipendente (ed in quanto tale inattaccabile).
 
Grazie a quei giornalisti avremo governanti migliori e sarà garantito il funzionamento della democrazia.


Buona giornata

Guido  


  

        

 

 

 




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31 dicembre 2005

Onda

Tutti i telegiornali ci ricordano che, un anno fa, un onda si é alzata dal mare per ricordare all'uomo la sua dimensione nell'universo.

Questo é valso nei due sensi: ci ha mostrato quanto possiamo esser piccoli e quanto possiamo essere grandi.

Un movimento dal profondo della terra scarica una enorme qunatitá di energia che si tramuta in uno spostamento dell'acqua del mare. 
Il mare é tanto grande che tutta quella rabbia si riduce ad un minimo tremito sul suo volto, un'oscillazione di pochi millimetri, un nulla se paragonato alle sue profonditá. 

Ma quando le profonditá vengono a mancare, ecco che quella rabbia si innalza in un muro d'acqua capace di trasformare un paradiso in un inferno.

Un caso ha permesso ad alcuni di vedere l'onda in lontananza ed una voce spietata gli ha chiesto se si sentivano di trovare la forza di correre.
E loro hanno corso perché da un lato avevano una flebile speranza di vita e dall'altro avevano il nulla.

Hanno corso inseguiti da un muro.
Hanno arrampicato una collina sentendo le unghie spezzarsi su roccia affilata, i rovi ed i sassi, il freddo e la disperazione.
E' incredibile quanto faccia male il freddo in una giornata di sole nei mari tropicali.

Poi l'acqua é defluita, e chi é rimasto, ha subito la sberla finale: "perché io".

Anche noi che stavamo a Roma, facendo all'amore, bevendo, mangiando, cercando di organizzare un capodanno decente, subendo angherie, guardando meraviglie.
Anche noi avremmo dovuto chiederci "perché io".

Un anno piú tardi, io me lo chiedo.

Ci deve essere un perché.

Penso  di dover dedicare quest'anno a cercarlo. 
 
Buona Notte

Guido


  




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28 dicembre 2005

L'amore di Mossi 1

Una meravigliosa donna fatta di ebano era vissuta nell’Africa Italiana.
Stava attraversando una strada, procedeva eretta guardando di fronte, come seguisse una linea di luce tracciata solo per lei in quell’universo polveroso.
Un ufficiale italiano di nome Giovanni Mossi l’aveva vista.
Parecchia gente si illude di poter scegliere il proprio destino.   
Il tenente Giovanni Mossi si era trasferito in Africa nella certezza che lui si sarebbe potuto costruire il suo. Si sarebbe comprato una piantagione che gli avrebbe permesso di campare immerso nella luce meravigliosa di quella terra e, nel tempo libero, avrebbe preso i suoi pennelli e dipinto.
Lui non sembrava certo un esile artista, un deperito bohemien di quelli che andavano di moda in quel periodo. Era un uomo di alta statura, braccia robuste e sguardo allegro. Frequentava l’università a Torino ed andava a dare gli esami una volta l’anno.
Si era goduto la vita.   
Aveva creduto nella bellezza, nei sogni e nell’amore semplice, quello delle sartine dagli occhi grandi e dalle labbra umide.
La donna lo vide, lui vide lei, ed entrambi videro chiaramente il loro destino.
Lei alzò la mano sinistra.
Il palmo chiaro gli parve ipnotico e lui ci pose sopra la sua mano destra.
Le due mani combaciarono alla perfezione.
Lui immerse il suo sguardo negli occhi di lei e nulla più ebbe importanza.
Lui l’amò per il tempo confuso di un sogno e nel tempo di quel sogno venne riamato.
In tutto quel tempo, non la sentì mai parlare né ridere.

 




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26 dicembre 2005

rituali

Oggi, come tutti i Natali, colate di cibo sono scorse a gonfiare la mia pancia ridotta a nu babbà.
Ed io sono contento perchè i rituali sono cose che tengono caldo.
Tanto il pranzo con i miei ed i parenti quanto la cena a casa dei genitori di Marvin sono eventi che si ripetono da circa una decade.
Una volta li odiavo in quanto non scorgevo il senso di quella eterna ripetizione di battute.
Ora, forse per l'età, o forse, al contrario,  per la perdita di alcune delle mie paure, adoro la possibilità, una volta l'anno, di ripetere gesti della mia infanzia e di percepire placidamente il mio amore per essi.
Sento che essi sono la mia identità: quella base su cui ho costruito la mia vita.
Prima credevo che fossero le sbarre di una gabbia che non mi permetteva di volare via.
Ora, una volta l'anno, torno in quella gabbia, ne ammiro le sbarre ormai infrante, e mi rendo conto che si tratta di casa.

Buona notte ed ancora buon Natale

Guido  




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23 dicembre 2005

Cavaliere Nero

(Lama di riferimento: viii - la Giustizia, xvii – le Stelle)

L’uomo entrò nel locale. Guardava il vuoto.

Aveva una faccia fiera, altera, come di statua, un viso nero che sembrava ossidiana. Gli occhi venati da una ragnatela di stanchezza non guardavano mai in basso. Le labbra erano contratte da un’espressione neutra: mai piegate dal sorriso né lasciate sfogare dalla consolazione del pianto.

Il Mossi, enorme, anche lui negro, pelato, età indefinita ma occhi ancora giovani, sedeva al suo solito tavolo, beveva il solito, dolciastro, succo violaceo, che solo un mussulmano poteva apprezzare come succedaneo di un aperitivo.

Di tanto in tanto, gettava un occhio sugli avventori.

Riconobbe subito lo sguardo del giovane perché già lo conosceva.

Del nuovo entrato, era stato raccontato un passato di violenza che sarebbe parso inverosimile a chi, negli ultimi tempi, lo aveva visto gentilmente tranquillo ed intento a scrivere articoli per pochi giornali di quartiere.

(…)

Qualche mese prima, in parrocchia, il Mossi parlava con Don Francesco.

- Che bravo ragazzo che è diventato…

Asserì il prete.

Il Mossi rispose gentile e deciso.

- Guarda che Nelson non è mai cambiato… non come intendi tu almeno.

- Spiegati meglio… bhe… se vuoi.

Il prete ebbe un esitazione.

Il Mossi sorrise della cautela del giovane uomo di chiesa. I due si stavano studiando a vicenda da tempo.

- Il ragazzo è stato uno studente, poi un soldato e poi un guerrigliero. Lui ne parla poco ma lo si legge nei suoi occhi.

- E questo lo so. Sai che mi ha dato…

- Si lo so!
Ma vedo anche che tu lo interpreti come una delle tue “conversioni”.
La tua religione è molto bella, specialmente quando è professata da gente come te, ma la vostra fede in queste inversioni ad U mentali…

Il gigante nero mosse la mano davanti a se, come a voler schiacciare su un piano immaginario un’altrettanto immaginaria mosca responsabile della fede di Don Francesco nelle conversioni fulminati.

- Scusa Giovanni, ma adesso ti spieghi meglio!

Giovanni era il nome del Mossi, veniva fuori tanto raramente che pochi lo conoscevano. Uno di questi era Don Francesco il quale lo usava quando stava per perdere la pazienza.

- La gente non si converte: procede!
Quel ragazzo è solo una crisalide che presto sarà farfalla.
Quello zaino che ti è stato consegnato ti verrà chiesto indietro ed allora scopriremo se è stato liberato un angelo o un demone.

- Questo credi?

- Non ti intristire ‘ché quello che stai facendo non è affatto inutile.
Quello che ha imparato da te fará parte del suo bagaglio tanto quanto quello zaino.

-

- Ma quel ragazzo è, e rimane un guerriero.

(…)

Torniamo al bar.

- Come stai?

Nelson si stupì del fatto che il Mossi gli avesse rivolto parola.

In quel momento, egli non gradiva l’onore, ma il Mossi non era uomo che, in qualsiasi momento, fosse igienico ignorare.

- Bene.

- Non mi pare…

Gli occhi di Nelson stamparono sul viso dell’uomo più anziano, uno sguardo che pareva uno schiaffo.

- Sei uno psicologo?

- Sono un mago.

Il Mossi parlava tranquillo, e non sorrideva.

- Allora sai già tutto.

- No, ma so qualcosa. Che vuoi fare?

- Non lo so… giustizia…

(…)

Giustizia è una parola grossa: tanto grossa da pregiudicarne la coesistenza con oggetti d’ogni forma e misura.

Tra questi oggetti troviamo un foglio di carta leggero e rigato d’azzurro: sul foglio poche parole, tracciate con grafia tonda, giovane e femminile.

“Caro Nelson,

E´ qualche giorno che non ti scrivo anche perché non mi stai rispondendo.

Stai bene?

Ugo dice di sì. Dice che sei troppo occupato a diventare un grande scrittore ed, a me, non puoi scrivere tutti i giorni.

Io non credo. Sicuramente tu mi hai risposto ma le lettere si sono perdute tra qui e Roma. Isabelle dice che le poste italiane fanno schifo.

Ugo e Valerie mi trattano benissimo proprio come se fossero dei veri genitori. Ugo, mi sta persino troppo addosso. Mi tratta come se fossi fatta di cera.

Non capisce che adesso parlo benissimo francese e me la posso cavare. Anche con quegli stupidi della banda di sotto.

Sai? Sono identici ai bulli che c’erano a casa. Sembrano a volte le stesse persone.

A scuola il pinguino continua a rompere. Ce l’ha soprattutto con la mia amica Isabelle.

Dicono che è colpa della sorella di Isabelle che si è rifiutata di togliere il velo.

Mi manchi.

Mi manchi tanto.

Senza di te non mi sento sicura.

Scrivimi ti prego.

Ti voglio tanto bene.

Greta”

Quella lettera non avrebbe mai più ricevuto risposta.

(…)

Poche ore prima.

Nelson guardava la televisione con occhi spiritati.

Non riusciva a rimuovere lo sguardo dal video. Una enorme casa popolare ridotta ad un rogo. La casa bruciava.

La vita tornò in lui all’improvviso, come se gli fosse stato lanciato in faccia un sacchetto pieno di acqua ghiacciata.

Corse verso il telefono: i bip dei pulsanti, pochi squilli, il clic della risposta, il pianto di Valerie sullo sfondo, la voce di Ugo.

- Pronto.

- Pronto Ugo… sono Nelson.

- E’ morta Nelson! Me l’hanno ammazzata.

Il telefono cadde, ed in quel momento, tutto si mise a girare insieme ad un pensiero che si ripiegava e richiudeva su se stesso come la ripetitiva filastrocca di un bambino affetto da autismo.

“Conoscevo quella casa come ho conosciuto tante altre case che hanno fatto la stessa fine giù in Africa. Ma in Africa si è preparati. In Francia, pensavo di averla portata al sicuro. Sicuro, sicuro, però tante altre case che hanno fatto la stessa fine giù in Africa. Ma in Africa si è preparati. La morte è di casa. Ma in Francia no! In casa di Ugo e Valerie, pensavo di averla portata al sicuro. Conoscevo quella casa come tutte quelle case che hanno fatto la stessa fine giù in Africa. Ma in Africa si è preparati. Si può essere preparati? Alla morte. Preparati no, ma assuefatti. Non è giusto. In Francia, non sono assuefatti. E pensavo di averla portata al sicuro. E´ morta. Greta è morta. Conoscevo quella casa come ho conosciuto tante altre case che hanno fatto la stessa fine giù in Africa. Ma in Africa si è preparati. Non sono mai stato assuefatto. La morte continua a farmi morire. In Francia, forse sono assuefatti? Come quelle case che ho conosciuto giù in Africa. E come? In Africa non si è preparati? Si è solo un poco più vittime.”

Come parlando col muro, Nelson concluse la nenia ad alta voce, tagliandola una volta per tutte, con parole fatte di ghiaccio.

- ’sti stronzi continuano a parlare di mondi.
Primo mondo, secondo mondo, terzo mondo, quarto mondo.
Sembriamo abitanti di tutto un sistema solare.
Ed invece è un unico pezzo di roccia. Nasciamo e moriamo su un’unica nave.
Piccolo tesoro, sei morta a Parigi, proprio come saresti potuta morire in Nigeria.

Uscì dalla stanza.

C’è chi dice che coloro che hanno perso il loro Dio siano gli unici ad avere una piccola speranza di poterlo ritrovare.

(…)

- Giustizia?

Chiese il Mossi.

- Giustizia.

Disse Nelson.

- E quindi che fai? Vai giù e li ammazzi tutti?

Nelson rispose quasi con fastidio.

- Non lo so! Magari anche sì.
Che ne so io. Pensavo di averla messa al sicuro. Ugo e Valerie erano… sono brave persone. Mi sembrava che con loro avrebbe potuto avere una vita normale… lontano dalla morte… a Parigi.
E non hanno potuto fare nulla ed ora, a causa mia, anche loro hanno il cuore spezzato.

- E quindi ora vuoi fare…?

- Giustizia.

-

-

- Solo una parola ragazzo.

- Dimmi.

- Lo sai che, prima di te ho impugnato le mie armi.

- Mi è stato detto.

- Bene. Allora ascolta il mio consiglio: non smettere mai di chiederti che cosa è “giustizia”.
A volte può essere persino giusto uccidere, a volte, invece dimenticare.
Quasi sempre è giusto cambiare le cose.

-

- Fai i tuoi errori ma non smettere mai di mettere in gioco le tue idee.

-

- Oppure, qualcuno come me dovrà venirti a cercare.

Il Mossi porse a Nelson un oggetto. Si trattava di un coltello di foggia strana avente una lama di nera ossidiana. La pietra era tanto lucente che l’oggetto sembrava nuovo.

Era invece molto antico.

Nelson, lo prese e lo strinse tra le mani e non parlò.

Forse non c’era nulla da dire.

Guardò l’enorme interlocutore ed, andandosene, gli fece un breve cenno di omaggio.

(…)

“Nel nome di Dio, di San Michele e di San Giorgio, io ti faccio cavaliere” ed uno schiaffo possente girava il viso al giovane adepto.

Ma questo accadeva in tempi più antichi.

(…)

Nelson, seduto sul ponte, le gambe sul vuoto. Guardava il Tevere mentre il fiume scorreva pigro verso un tramonto di rossi e violetti.

L’uomo non vedeva la bellezza della luce riflessa su l’acqua del fiume. Non vedeva la cupola. Non vedeva la città sullo sfondo.

Vedeva il volto di una ragazzina che aveva cercato di proteggere senza riuscirci e sentiva una lettera, una risposta mai imbucata, bruciargli da dentro una tasca.

Parlava di un maestro sciocco, dell’amore di genitori adottivi, della necessità di convivere con le diverse fedi religiose, del fatto che se Ugo le diceva di fare attenzione, del fatto che anche lui le voleva bene e che sarebbe arrivato quando lei ne avrebbe avuto bisogno…

Non era potuto arrivare.

Nelson tirò fuori la busta già affrancata e la lasciò cadere nel Tevere.

Si dice che i fiumi rappresentino da sempre il simbolo della circolarità della vita.

Nulla, se non il Tevere, avrebbe potuto fargliela avere.

A quel punto, con la forza e l’energia del guerriero che era in lui, fece perno sul braccio e fece roteare entrambe le gambe oltre la balaustra.

Saltò sulla strada e si diresse dove doveva andare.

(…)

- Ho sempre pregato per te, ma ora che mi chiedi in dietro il tuo zaino, pregherò più intensamente che tu cambi idea e che me lo riporti senza aprirlo.

Don Francesco guardava Nelson con infinita tristezza.

- No so che cosa farò don. Ma lo zaino mi serve.

-

- Io ti devo molto ma ho capito una cosa: tu non ci puoi liberare don Francesco.
I bianchi non possono più liberare i negri perché i negri si devono liberare da soli.
Ti prometto che non dimenticherò nulla di quanto mi hai insegnato.

L’anima di Don Francesco sorrise. Solo il Mossi, come Nelson, usava il termine negro con un così forte senso qualificativo.

”Guarda questa pelle! Ti sembra nera? Io sono MARRONE!!!” aveva replicato il Mossi all’incauta definizione giornalistica che lo aveva recluso nel ruolo di leader del popolo nero.

Il ricordo però si dissolse a favore della dura realtà del momento.

Don Francesco tornò ad essere triste.

- Lo spero.

Disse il prete.

Nelson cadde in ginocchio.

- Assolvetemi padre perché ho peccato…

Don Francesco gli mise una mano sulla spalla.

(…)

Nelson indossò dei vecchi pantaloni beige da combattimento.

Su una gamba, spiccava un rammendo dove, una volta, era passato un proiettile.

Sotto la giacca, un giubbotto da combattimento nascondeva una vecchia pistola ed un coltello dalla lama nera.

Nessuno poteva dire se sarebbero mai stati usati.

Nelson chiuse la porta dietro di se e si incamminò verso il luogo dove doveva andare.

(…)

Alla stazione, Mossi lo guardò salire su un treno.

Era distante ma erano entrambi consci l’uno della presenza dell’altro.

Non si dissero addio ma si salutarono.

Avevano un’età differente ma, Dio volendo, avrebbero condiviso la stessa missione.




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